domenica 5 febbraio 2017

Pubblicare in DIY con un editore a pagamento online


Ho pubblicato di recente un libro di racconti di viaggio dal titolo Andare altrove, scaricabile gratuitamente da diversi siti in forma di ebook e acquistabile online (così come ordinabile da qualsiasi libreria) qui.
Nelle ultime settimane, visto che in molti mi hanno chiesto ragguagli in merito alla mia scelta, al modo in cui l’ho concretizzata, a come sto cercando di promuoverla, ho poi scritto una serie di post, pubblicati sulla pagina relativa al libro su facebook, che ora raccolgo in un unico testo sperando sia di utilità per chi vuole autoprodursi, e per dare il mio contributo ai vari dibattiti sul DIY.
Buona lettura.

-> Innanzitutto: la scelta del DIY

Quando ho deciso di non proporre la mia raccolta di racconti a un editore, la ragione è stata che - pur riconoscendo che quest'ultimo avrebbe potuto essere utile con consigli, correzioni, produzione (v. però anche oltre, su questo argomento) e distribuzione - non volevo rischiare di dover cambiare il mio lavoro in funzione del mercato, né dover promuovere il libro con strategie/persone/contesti non di mio gradimento ecc.

Mai e poi mai, poi, ed è un caso ormai frequentissimo, avrei pubblicato con un editore tradizionale che mi avesse chiesto in più un investimento economico a copertura della spesa di produzione del mio libro e del suo lavoro di consulenza e distribuzione: non dico che quelli che agiscono così dovrebbero essere fucilati, ma se sei un editore vero, per me, devi accollarti tutti i rischi e stare dentro una pubblicazione perché ci credi, altrimenti sei un service editoriale, e allora molto più onesto dichiararlo, e non dichiararsi 'editori tradizionali' e poi agire come service.

Purtroppo, viste esperienze di pubblicazione pregresse, editori così sono ormai rari, e pure loro devono comunque confrontarsi con il mercato per sopravvivere. Cosa che io non volevo fare, per quanto possibile, visto che la mia sopravvivenza, invece, non dipende da questo libro e da quante copie sarei riuscita a vendere (pur se l’impegno uno ce lo deve mettere, se fa le cose seriamente, affinché il libro venga distribuito e letto quanto più possibile, altrimenti tanto vale non pubblicarlo).

Insomma: non volevo vincoli alla mia libertà.
Il che significava prendersi tutti gli oneri che sarebbero stati di sua competenza: la libertà ha il costo non solo economico, ma anche quello della responsabilità e dell'impegno in prima persona.



-> Ciò che si deve fare da soli se si sceglie il DIY

Rientrata dalla Spagna la scorsa estate, mi sono allora dedicata sia a completare la scrittura dei racconti, sia a cercare quale service editoriale potesse pubblicarli. In parallelo ho chiesto anche a tipografie editrici per la stampa, ma i costi che avrei dovuto sostenere per un centinaio di copie - questa la prima fornitura richiesta - si sono subito rivelati impraticabili.

Se si opta per la soluzione DIY, ciò che si deve fare per conto proprio, a grandi linee, è quanto segue:
1) scrivere ovviamente il proprio testo, correggerselo (o chiedere in giro a qualche anima competente e buona di aiutarti a farlo), verificando indice e corrispondenze delle pagine ecc., scrivere la 4a di copertina, inventarsi il titolo ecc.
2) scegliere formato, carta (di copertina e interno), rilegatura
3) inventarsi tutta la grafica della copertina e del testo interno
4) impaginarselo
5) sostenere la stampa delle copie che uno vuole stampare per sé e/o per venderle direttamente e/o per metterle in conto-vendita presso librerie ecc.
6) eventualmente cogliere opportunità pagandole in prima persona (es.: ISBN)
7) adempiere agli obblighi di legge (deposito legale)
8) organizzare la distribuzione
9) organizzare la promozione (social marketing, presentazioni, partecipazione a eventi, ecc.).
Un discreto impegno, nevvero?

Di tutto ciò un editore serio a) s'accollerebbe tutte le spese e b) si occuperebbe di tutti i punti dal 2 al 9 (chiaramente per alcuni di questi in relazione con voi).
Di tutto ciò, un tipografo editore si occuperebbe esclusivamente di coadiuvarvi nel punto 2 e nel realizzare - a vostro pagamento - il punto 5.
Di tutto ciò un editore a pagamento online vi coadiuverebbe nel vostro lavoro per realizzare i punti 2, 3, 4, 6, 7 (e se si sostituisse a voi si farebbe pagare appunto per fare anche questo lui), vi accollerebbe tutte le spese dei punti 5, 6, 7, e demanderebbe interamente a carico vostro la questione distribuzione (esclusa la messa online in distributori quali magari Amazon, IBS, ecc., o la distribuzione presso librerie convenzionate).
I modi in cui gli editori a pagamento online agiscono, i servizi che offrono, l'efficacia e la concretezza nel mantenere l'impegno preso variano però notevolmente.

-> Perché ho scelto StreetLib

Ho dedicato quindi una decina di giorni a cercare online tutte le informazioni possibili sui vari editori a pagamento online, individuando a volte anche tavole sinottiche dei vari servizi che offrivano, e leggendo soprattutto in recensioni e forum la valutazione dei medesimi autori. Di fatto, tra mondiali e italiani che agiscano a livello nazionale e con una certa continuità ve ne sono solo una decina (eh sì, non ve ne sono moltissimi).
Questi offrono stampa su richiesta dell'autore (d'ora in poi POD), stampa su richiesta dell'acquirente (d'ora in poi POS), pubblicazione online come ebook sia su i propri siti, sia su piattaforme nazionali o internazionali. Alcuni forniscono anche servizi vari sia utili per la promozione del libro (ad es. attribuzione del codice ISBN), sia per la distribuzione (ad es. messa online su distributori quali Amazon), nonché per tutte le fasi della sua produzione con varie forme di consulenza.

Su internet troverete di tutto e di più per fare lo stesso lavoro che ho fatto io. Ciò che ho spesso riscontrato è stata la profonda delusione degli autori per una qualità di stampa/rilegatura pessima, per mancate consegne nei tempi/modi previsti, per mancanza di relazione e reperibilità - qualora non si optasse per servizi a pagamento - con lo staff editoriale, e infine per promesse garantite e poi non mantenute: per chi desidera fare lo scrittore e sceglie obtorto collo la soluzione DIY, certe campagne pubblicitarie sono decisamente suadenti, ma possono rivelarsi foriere di frustrazione e sofferenza.

StreetLib mi sembrò alla fine la realtà più seria e misurata, la più cauta nelle proprie offerte, la più onesta a livello di relazione autore-editore con contratti standard (non esclusivi) già visibili online, schietta su quali servizi offriva e quali no, e sui vari sbattimenti che si sarebbe dovuto fare l'autore. E inoltre era quella i cui autori scrivevano molte recensioni entusiaste e felici, e - volendo anche ipotizzare il peggio - queste erano troppe e troppo a pioggia in diversi contesti per essere state commissionate.
Oppure erano dei geni della truffa…

-> Le condizioni

StreetLib pubblica ebook e testi a stampa (POD o POS, cfr. paragrafo precedente) - questi ultimi in diverso formato, carta e altre caratteristiche a scelta dell'autore. In entrambi i casi, fornisce tutte le info necessarie online e indica anche i programmi online gratuiti per scrittura e impaginazione.
L'autore può risolversela interamente da solo cominciando a scrivere e pubblicare per conto proprio il proprio ebook, POD o POS direttamente dal sito di tal servizio editoriale, oppure può contattarli via email e chiedere un preventivo sulla base della lunghezza e delle scelte che compie per la propria pubblicazione POD (formato, carta, copertina, colore ecc.) o un preventivo che tenga conto di servizi specifici a pagamento di cui potrebbe aver bisogno per l'ebook, il POD o il POS (dalla correzione di bozza all'impaginazione, alla composizione della copertina, alle conversioni dei formati necessari per ebook e stampa ecc.).

Personalmente, io ho inviato una email in cui spiegavo il mio progetto, il formato scelto, la carta, la copertina, il colore e chiedevo un preventivo di massima per un POD di un certo numero di copie senza servizi aggiuntivi. Parimenti chiedevo come realizzare un ebook da mettere online gratuitamente, come ottenere un ISBN, e come distribuire via Amazon il POS.
La risposta, giunta in un paio d'ore (come sempre sarebbe stato da lì in poi), è stata ottima in termini economici, e mi lasciava, a livello contrattuale, i diritti totali sul mio lavoro, con la possibilità di diffonderlo dove volessi anche in regime di concorrenza. Sono inoltre stata seguita sempre dalla medesima persona in ogni fase del lavoro, che è stata di rara gentilezza, pazienza, aiuto per la realizzazione del mio lavoro così come desideravo, dandomi informazioni, consigli, link decisamente utili ed efficaci, e coadiuvandomi sul serio nella (giustamente mia, ché quelli erano gli accordi) produzione del mio lavoro.

In pratica, dei punti indicati precedentemente rispetto a ciò che ti devi fare, tu autore, per conto tuo, me li sono fatti, me li faccio, e me li farò tutti per conto mio, coadiuvata dal 2 al 9 dal loro sostegno di informazioni via email (e in alcuni casi da servizi erogati, in via promozionale, gratuitamente, tipo l'assegnazione dell'ISBN o la pubblicazione di ebook e POS su Amazon). Ma il lavoro lo devo fare io.
Qualora avessi voluto, però, sin dal 1° punto avrei potuto avvalermi della loro consulenza a pagamento, e - di fatto - è ciò che loro stanno promuovendo in questo periodo.

Ciò detto, la mia sensazione è stata che, se appunto è chiaro cosa fa uno (l'autore) e cosa fa l'altro (l'editore a pagamento), e si segue l'antico adagio "patti chiari, amicizia lunga", così come non si sceglie il DIY per ripiego - ovvero allettati da campagne pubblicitarie che alimentano l'ipotesi di realizzare per quel tramite un primo passo verso una carriera altrimenti inaccessibile - con quindi tutte le aspettative rispetto a un editore tradizionale che qui in gran parte non sono contemplate, il risultato sia valido.
O, almeno, tale è stato per me rispetto a quelli che erano i miei intenti.

-> Concretamente: la produzione e stampa di Andare altrove

StreetLib propone specifici formati e carte tra le quali scegliere quello di nostro gusto per il POD, ovvero le copie che ci facciamo recapitare e inviare a casa.
Per la mia pubblicazione, tra le opzioni disponibili, ho scelto la seguente combinazione:
- formato 127x203mm
- carta crema 70gr per l'interno (stampa bn)
- carta 300gr plastificata opaca per la copertina (stampa colore)
- brossura (ovvero rilegatura) filo refe (ovvero cucita+incollata) [n.b.: quest'ultima opzione non è a scelta, bensì viene data di default].

Per il resto, ho curato personalmente tutti gli aspetti della produzione, come indicato nei paragrafi precedenti - dalla scelta dei font all'impaginazione e alla composizione della copertina - e ho pagato la stampa relativa per le copie che mi interessavano.
Il codice ISBN era in promozione gratuita al momento della stampa POD e della realizzazione del POS del libro.
La pubblicazione dell'ebook online su Stores (libreria online di StreetLib), Amazon Kindle, GooglePlay e iTunes era gratuita.
La pubblicazione del POS su Stores (libreria online di StreetLib), Amazon.com, Amazon.it/es/de/fr/uk parimenti gratuita.

I diritti della pubblicazione rimangono a me, che appunto potrei anche stampare altrove in regime di concorrenza. Non mi sono preoccupata della SIAE in quanto non sono autrice iscritta a quella con obbligo di deposito e per 'proteggere' il mio testo ho messo una licenza CC in base alla quale chiunque può copiare, riprodurre, diffondere il libro in qualsiasi modo basta che citi l'autore, che non sfrutti la cosa a livello commerciale e che non ne tiri fuori opere derivate (dove quest'ultima cosa è però negoziabile: scrivetemi e ne parliamo).
Il deposito legale lo devo fare io, ma mi sono state date indicazioni puntuali sul modo in cui devo farlo.
Parimenti, per tutto quello di cui avevo bisogno, ho consultato il loro forum e - quando non vi trovavo ciò di cui avevo bisogno - mi sono appunto rivolta a loro via email.

Il costo del cartaceo, infine, l'ho deciso io, previa verifica che avesse un senso - ovvero che non ci andasse nessuno in perdita - ché altrimenti è darsi la zappa sui piedini da soli.
Ma tutto il virtuale - kindle, ebook in vari formati ecc. - è assolutamente gratuito per mia scelta, perché, secondo me, chiunque deve poter godere di passione, immaginazioni, racconti e magari (perché no?) riceverne buone ispirazioni, pure se non può permettersi di pagarli.

L'idea che i racconti intorno al fuoco siano un servizio o un prodotto mi sarebbe comunque inaccettabile, e il prezzo di copertina lo vedo più come una copertura della spesa della stampa + offerta a cappello da parte della comunità per permettere a me, loro autrice, di continuare in futuro a produrre altri racconti e farli circolare, sempre con questo medesimo spirito di dono.

-> Concretamente: vendita e promozioni (social) per Andare altrove

StreetLib, come indicato, pubblica l'ebook su Stores (libreria online di StreetLib), Amazon Kindle, Bookrepublic, GooglePlay, iTunes, mentre il POS è disponibile su Stores (libreria online di StreetLib), Amazon.com, e tutti gli Amazon europei (it/es/de/fr/uk).

Fatto ciò, rimane la vendita diretta di persona e quella nelle librerie in conto-vendita.
La prima funziona nei termini che l'autore vendere di persona - brevi manu o a distanza - il proprio libro tra quelli realizzati con il POD, ottemperando agli obblighi di legge e quindi con ricevute e finale dichiarazione del reddito.

La seconda (il conto-vendita) funziona nei termini che librerie che hanno interesse a vendere il libro ne tengono un tot di copie e dopo un certo tempo concordato si trattengono una percentuale e danno all'autore la propria percentuale + restituiscono l'invenduto. Incluso in tale azione c'è di nuovo la questione del pagamento delle tasse [per informazioni più specifiche su entrambi i casi, cercate le esaustive informazioni online].

Per quanto riguarda la promozione 'social', ho di nuovo consultato il forum e il blog di StreetLib, facendomi una cultura... Chiaramente qui vengono consigliati l'uso di un blog personale, Facebook, Twitter, Instagram, e via dicendo, nonché la realizzazione di una newsletter, e per ogni tipologia social viene indicata una strategia adattabile a testo, autore e obiettivi.
Io che non sono tecnologicissima, e che non ho troppo piacere d'esserlo, mi sono fermata a
- blog personale che ho da sempre (in forma doppia: http://cbalmativola.blogspot.com che ospita CV e sintesi di tutte le mie produzioni accademiche e http://cargocollective.com/cristinabalmativola per tutto l'ambito della mia produzione artistica) cui dovrò decidermi ad associare una newsletter;
- Facebook dove ho una pagina dedicata al libro, una pagina dedicata a me, e un profilo personale (e, importante, curo le prime due secondo indicazioni trovate nei vari articoli del blog di StreetLib);
- Twitter dove mi fermo a lanciare un urlo ogni volta che esce un post su Andare altrove su Facebook o sul blog (sì, ecco, io lancio urla... ché l'idea di cinguettare mi fa venire voglia di imbracciale un fucile).

-> Concretamente: presentazioni in giro di Andare altrove

Raccontato nel paragrafo precedente qualcosa su promozione e vendita, qui vi racconto qualcosa sulle presentazioni (ché se una cosa non si sa che esiste, manco uno la può desiderare) che sto organizzando adesso, visto che Andare altrove è sì uscito per Natale in una piccola tiratura, come detto, che ha già coperto le spese della stampa così come mi ha lasciato un numero cospicuo di volumi che posso tanto usare in giro gratuitamente per autopromuovermi quanto vendere, ma è e rimane soprattutto una lettura primaverile ed estiva, pieno com'è di riferimenti al calore, al sole, al mare, e soprattutto al viaggiare!
Le presentazioni sto organizzandole quindi ora perché abbiano luogo durante la primavera sino all'estate.

Per prima cosa, ho chiesto a conoscenti e amici che vivono in tutta Italia di indicarmi, a livello locale, quei luoghi che secondo loro sarebbero adatti per appunto ospitare una presentazione-reading del libro. E poi ne ho cercati parimenti per conto mio, seguendo coraggiosamente anche le ispirazioni più assurde (d'altronde devo risponderne solo a me stessa).

Questi luoghi possono essere librerie, ma anche posti che hanno collegamenti indiretti con i contenuti del volume, oppure ancora luoghi che per mille ragioni possono essere di interesse dell'autore o dove questi si immagina di trovare il pubblico di lettori cui vuole rivolgersi.
Personalmente la mia scelta, in questo caso, si allinea al discorso anche politico che spesso accompagna il DIY. Di fatto, quindi, escludo quanto più possibile qualsiasi realtà istituzionale, qualsiasi sede di partito, di credo religioso, d'associazionismo d'una matrice o dell'altra, nonché progetti socio-culturali che derivino da iniziative dall'alto (amministrazioni statali) o da realtà a vario titolo impegnate nel sociale.
Sono incline però ad accogliere biblioteche, così come progetti spontanei o comunque non finanziati dalle amministrazioni locali o nazionali.

A livello sociale, qualsiasi realtà indipendente mi vede ben contenta e partecipe, ivi inclusi, quindi, spazi occupati, radio libere, festival/fiere di autoproduzioni ecc.
E poi realtà private d'ogni sorta sulla base delle informazioni che ho e della mia scelta personale: dalle librerie ai cafè, dalle gallerie di ogni specie ai salotti di casa degli amici/conoscenti, con una predilezione - ça va sans dire - per trattorie, enoteche e osterie. D'altronde è mia intenzione, nel contesto di tali presentazioni, offrire un buon bicchiere di sangria per rimanere in tema coi contenuti del mio libro e farli meglio 'assaporare' ai miei lettori, quindi... preparatevi!

Funzionerà tutto ciò? Non funzionerà? E chi lo sa? Sono appena all'inizio, sarà il tempo a rispondere! Io intanto lo faccio, secondo quell'attitudine tra l'anarchico e il DIY per cui "se voglio una cosa, comincio a farla".
Ché poi la strada è lunga ma anche appassionante, e - come sa qualsiasi viaggiatore - alla fine non è neanche troppo la meta che conta, ma il tragitto che si percorre e il piacere nel percorrerlo, le cose che si imparano, le persone che vi si incontrano.
D'altronde ho scritto un libro esattamente per far provare questo a chi l'avrebbe letto, e non rinuncio in alcun modo a continuare a vivere tal avventura - e qualsiasi avventura! - in prima persona, vada come vada!

PS1.  Chiaramente ho dovuto mettere il nome del service con cui ho pubblicato, ma lungi da me sospetti che ne guadagni qualcosa o vi faccia pubblicità, seppur indiretta. Questa mia è una testimonianza, poi se voi foste presi bene da altri service fatemelo piuttosto sapere, così integriamo le info!
PS2. Se avete da suggerirmi dove potrei presentare/promuovere il libro o ne volete una copia, contattatemi!

martedì 29 novembre 2016

Andare altrove, racconti di viaggio! (aggiornato con nuovi link)


Buongiorno! Vi informo che è uscita la mia prima raccolta di racconti di viaggio (sperimentiamo la forma narrativa, olè!) dal titolo

ANDARE ALTROVE
Incontri e curiositas lungo le coste francesi e iberiche del Mediterraneo


Venti racconti di viaggio da vagabondaggi estivi in comodi scarponcini e pochi euri in tasca alla ricerca di esseri umani incantevoli, d’opere e palazzi d’art nouveau e moderni, musei antropologici e d’arte contemporanea, buon bere e buon mangiare, ispirazioni di vita e soprattutto tantissimi sorrisi.

In uscita a novembre 2016, il libro Andare Altrove, dell'antropologa e autrice torinese Cristina Balma Tivola, è scaricabile gratuitamente come ebook da varie piattaforme, quali Amazon Kindle, StreetLib, GooglePlay, iTunes, Internet Archives e acquistabile in formato cartaceo attraverso qualsiasi libreria e online Amazon e StreetLib.

“Quando si viaggia rifiutando l’offerta dei villaggi turistici uguali dappertutto, la curiosità del vedere e del vivere esperienze e contesti diversi da quelli di partenza dà origine ad una variegata gamma di situazioni, sensazioni e pensieri: la resistenza e la creatività che emergono in noi al momento del bisogno quasi sorprendendoci, la solitudine così come l’intensa solidarietà con compagni casuali e sconosciuti di percorso, lo straniamento eppure, al contempo, la percezione di luoghi ignoti come ‘casa’.
Quando vado altrove, con zaino e scarponcini, senza sapere bene dove dormirò, cosa mangerò, chi incontrerò, come si svolgerà la mia giornata e cosa mi porterà, sono veramente felice. Quando vado altrove è come se i pezzi faticosi di me, che hanno origine nel mio passato e condizionano il mio futuro quando sono ferma, si dissolvessero magicamente.”

Cristina Balma Tivola (Torino, 1970) è antropologa culturale e di qui molte altre cose. A disagio nei limiti del mondo accademico, da tempo si muove tra questo e la pratica audiovisiva, artistica e performativa alla ricerca di altri modi, oltre a quello etnografico, per esplorare le situazioni culturali e altri linguaggi per esprimere le proprie interpretazioni. Già docente universitaria, è autrice di articoli, libri, serie fotografiche e video sui tema dell’identità culturale, del cinema etnografico, del teatro interculturale. Andare altrove è il suo primo libro di racconti di viaggio.

Titolo: Andare altrove
Autrice: Cristina Balma Tivola
Copertina flessibile: 143 pagine 
Editore: Cristina Balma Tivola / StreetLib
Prima edizione: 25 novembre 2016
Lingua: Italiano 
ISBN: 978-8892501645
Prezzo: €10,00.

Sito dell’autrice: http://cbalmativola.blogspot.com
Sito dell’editore: https://stores.streetlib.com/it/cristina-balma-tivola/andare-altrove/
Pagina Facebook del libro: https://www.facebook.com/andarealtrove
Email dell’autrice: cbalmativola@yahoo.com o cbalmativola@gmail.com
Pagina Facebook dell’autrice https://www.facebook.com/cbalmativola

Twitter dell’autrice @cbalmativola

Qui la copertina per darvi un'idea ;-)
Potete richiedermelo in forma cartacea inviandomi una email a cbalmativola(at)gmail.com
oppure reperirlo online e/o scaricarlo gratuitamente in forma di ebook a tutti i seguenti link:

💿 Ebook

- https://stores.streetlib.com/it/cristina-balma-tivola/andare-altrove/
- iTunes: http://tinyurl.com/gm9k29p
- Amazon Kindle: https://www.amazon.com/dp/B01N4ED9C5 (internazionale escluso Italia)
- Amazon Kindle: http://tinyurl.com/jh8ynns (in  Italia)
- GooglePlay: http://tinyurl.com/jo7prje
- Internet Archive https://archive.org/details/andarealtrove

📚 Libro a stampa

- Stores StreetLib: https://stores.streetlib.com/it/cristina-balma-tivola/andare-altrove/ (in  Italia)
- Amazon: http://tinyurl.com/gohmyfo (in Italia)
- Amazon: http://tinyurl.com/hy7ohun (all'estero)

Scaricate, leggete, viaggiate con l'immaginazione, ma soprattutto (sor)ridete!

E lasciatemi la vostra RECENSIONE!!! ^_^

#racconti #libro #gratis #leggere #viaggio #viaggiare #narrativadiviaggio #raccontidiviaggio #streetlib

domenica 19 luglio 2015

El poder... ¡Que se joda!




In queste settimane mi trovo per un piccolo lavoro di ricerca a Barcellona. In questa città ho molti amici, che ogni volta che vi passo cerco di incontrare. L'altro giorno, all'uscita dall'ufficio, ho chiamato un'amica per proporle di vederci e pranzare insieme, e così è stato - con gli ovvi aggiornamenti reciproci dei mesi in cui non ci siamo viste.

Dopo un pomeriggio passato nella conversazione più affettuosa - le donne buone, quando si trovano tra loro, sanno riportarsi reciprocamente in equilibrio con la parola meglio di qualsiasi droga o terapia - mi dice che vuole andare alla presentazione del libro di una sua collega, che vi saranno tutte loro e che vorrebbe davvero che io le conoscessi.
Non avendo programmi l'accompagno volentieri, per cui ci mettiamo in marcia verso una delle librerie più chic della città, situata nella via dei negozi d'abbigliamento delle marche più altisonanti e costose della moda, e andiamo a sentire di questa raccolta di microbiografie sulle prostitute barcellonesi.

Perché la mia amica - come le donne che di lì a poco conoscerò - è una prostituta, nonché attivista per i diritti delle stesse, e in particolare per il riconoscimento di tal lavoro come qualsiasi altro, ragiun per cui si batte parimenti per ottenerne la legalizzazione.

La presentazione sviscera i contenuti del libro, e vengo in tal modo a sapere molte cose interessanti sulla scelta di dedicarsi a questa professione, sul modo in cui si gestiscono logisticamente, fisicamente e psicologicamente, sul sistema valoriale cui si riferiscono queste donne (di fatto, in gran parte coincidente con il mio) e pure - cosa che mi fa sorridere perché su questo io sono un'imbranata totale invece nel mio lavoro - rispetto all'autopromozione, al rapporto col cliente, e sostanzialmente al marketing che le vede "imprenditrici di se stesse".
A fine dibattito che ne segue, la mia amica ci introduce reciprocamente, e vengo invitata a bere un bicchiere con loro in qualche dehor della zona. Dopo un po' di camminata, e scartando man mano i vari lussuosissimi locali della via in cui loro sono state, sì, ma con i loro clienti che pagavano per loro, ne troviamo uno defilato e semplice, e decidiamo che fa per noi. Di fatto, queste donne curate, intense e consapevoli sono insospettabili, e vivono modestamente malgrado economicamente problemi non ne abbiano, e possano vantare (ma non lo fanno così come non lo sfruttano) ogni genere di aggancio con importanti e potenti personaggi locali.

Dopo un po' il gruppo si disperde, e rimango a cenare con la mia amica e due di loro. Una, mia coetanea, comincia a chiedermi di me. Le racconto, e man mano che parliamo viene fuori la mia vita privata e il fracaso - ovvero l'insuccesso, il fallimento - di tante mie relazioni.
Di fatto, io so benissimo che il nocciolo della questione è che io - non provando più il bisogno di un uomo che mi appoggi e sostenga nella vita (quella fase l'ho superata qualche hanno fa quando uno di questi mi distrusse per l'ennesima e ultima volta, pur concedendogli io il replay qualche mese fa nella speranza, frustrata, che vi fosse stato in lui qualche cambiamento in positivo nel frattempo) - non sono in alcun modo incline a mortificare o falsificare pezzi di me per godere della sua presenza.
"Sì, nena, il problema è questo: quasi tutti gli uomini, anche quelli più acculturati, gli intellettuali, i più riflessivi, e anche quelli che apparentemente si battono pubblicamente per la libertà di tutti gli esseri umani, la parità, il rispetto tra i sessi, prima o poi ci cascano...".
La guardo con curiosità: mi ha già inquadrata e ha già inquadrato chi frequento. E lei continua: "Prima o poi, anche quelli che ti parlano più di pari diritti tra uomini e donne, di uguaglianza, di libertà, anche quelli che dicono di 'ammirare le donne' - cosa che poi è stupida perché ciascuno fa semplicemente del proprio meglio per risolversi in qualche modo la vita, non c'è da ammirare l'uno o l'altro perché fa magari mille cose per sopravvivere, come le donne sono costrette da questa società patriarcale a fare anche se sceglierebbero magari altro, se avessero un po' più di vero sostegno da parte della controparte maschile - viene fuori che hanno questa cosa del potere che gli rode, che non l'hanno affatto superata, anche se a parole sbandierano in giro di sì...".
Continuo a guardarla e ad ascoltare il suo racconto. Mi stanno girando in contemporanea le parole di Emma Goldman nella testa, e il suo scagliarsi con tutte le proprie forze contro quell'istinto maschile proprio di tantissimi uomini che vedono dio in se stessi.

"E noi donne siamo stupide, perché se da una parte dimostriamo d'essere forti, indipendenti, d'esserci guadagnate la nostra parità, dall'altra, quando desideriamo un uomo, pur se abbiamo già ottenuto tutto ciò che ci serve da sole, cosa facciamo? Cerchiamo l'intellettuale. Cerchiamo il leader. Cerchiamo quella cosa che ci dà la sensazione che saremo accudite e protette - ovvero cerchiamo persone che abbiano, o credano d'avere, un qualche potere o controllo della situazione. Cerchiamo quelli che apparentemente sono di successo. I vincenti. Pensando che il potere, l'essere riconosciuti come leader, o l'essere degli stimati intellettuali rispetto ai quali stare a bocca aperta, coincida con la garanzia di riconoscimento da parte loro che saremo loro pari. Che ci meritiamo, in virtù degli sforzi fatti per la nostra indipendenza, per la nostra dignità, per il poter ofrire loro rapporti liberi da vincoli economici, il loro rispetto e il loro amore. E no, non può essere così: perché costoro, che il più delle volte negheranno - perché non in linea con i principi per cui si battono pubblicamente - quel loro istinto, quella loro bramosia di potere e controllo sugli altri, in particolare sulle donne che stanno loro a fianco, nella realtà invece ce l'hanno profondamente radicata dentro di sé, e li governa e controlla, tirando a estendere quel controllo a chi li circonda facendolo sentire bisognoso, e di qui dipendente da loro".

Caspita, questa donna ha dipinto esattamente l'ultimo anno della mia vita, la mia impotenza e le relative profonde sofferenze e frustrazioni che ne sono seguite. Tendo l'orecchio e apro gli occhi, chiedendomi dove mi porteranno le sue parole.
"Allora quando io vedo che sono così dico loro che è vero, che mi stanno proteggendo e che ho bisogno di loro e dei loro soldi. Dò loro il mio tempo, la mia cura in tanti piccoli dettagli per renderli felici, il mio ascolto delle loro parole e il mio corpo. In cambio di soldi. In un rapporto chiaro e onesto, dove l'amore è una chiara finzione che entrambi sappiamo essere tale. Questo è essere oneste!".

Ecco dove è stato il mio errore. Anche io ero onesta, però amavo sul serio, non era una finzione. Io facevo tutto per amore - con un uomo come quello che lei ha dipinto e pur non avendone io bisogno. Aspettandomi che lui se ne rendesse conto, che abiurasse quell'istinto nefando, nocivo e negato a parole (ma non nei fatti) di potere, che mettesse pubblico e privato in rapporto di continuità, che mi amasse in questo modo - col riconoscimento d'essere sua pari. E così tante volte invece mi è stato negato! Così tante volte mi è stato detto "tu fai psicologia, io filosofia" (perché la psicologia è inferiore alla filosofia, ergo io dovevo esercitare quella nel momento in cui ragionavo in modo diverso dal suo), "tu spieghi con la razionalità, io con le immagini mentali sotto l'uso di sostanze" (a casa mia ciò si chiama dogmatismo, e non fa onore all'integralista che lo promuove, i cui pregiudizi non sono consapevolezza di come stia la realtà, ma potenziali errori dai quali cautelarsi con l'assoluto rifiuto e mancanza d'ascolto di qualsiasi parola potenzialmente foriera di dubbio), per poi però aggiungere "io sono un razionalista, uno logico" e sottintendere in tal modo che io, interpretando la medesima realtà diversamente, sarei irrazionale e illogica (eh, le donne, contraddistinte dall'afferenza all'emotività, alla natura, all'animalità/ferinità, al corpo e al sangue, sud rispetto al nord, luna rispetto al sole, e tutte le varie dicotomie dell'immaginario patriarcale!).
Ecco perché per mesi ho sentito che - al di là di quanta stima apparente mi venisse tributata - sempre c'era il tarlo di cercare di provocare in me una sensazione di inferiorità. E di dipendenza - ah, tutte le volte che mi ha rinfacciato il mio non aver bisogno di lui!

Ma mentre mi girano questi pensieri nella testa e vedo finalmente un po' di chiarezza, questa donna dalle fattezze da matrona continua: "Vedi, abbiamo tutti bisogno di cure. Solo che con gli uomini così si danno a pagamento, perché questi, quando stanno ancora dentro quest'ossessione per il potere e non pensano neanche di uscirne perché così è più facile, si sentono e sono privilegiati e riconosciuti dalla società che li sostiene e cui loro stessi contribuiscono a far sì che rimanga ciò che è - e sono la stragrande maggioranza degli uomini - sono perduti. E sciagurati, perché finché incontrano prostitute almeno hanno un rapporto sincero, con un gioco delle parti onesto, ma se incontrano donne cattive che alimentano loro questo modo di percepirsi, che si fanno mantenere senza dare nulla in cambio se non la finzione o la promessa della propria futura presenza, se stanno per conto proprio ma convincendoli che così facendo stanno rispettando la loro libertà e indipendenza, se praticamente si dichiarano al loro fianco, ma poi non ci sono e non ci saranno, sono perduti per sempre: per sempre staranno in quella presunzione di propria divinità e leadership rispetto alle quali devono ruotare tutti, pur se ciò non ha alcun riscontro reale, sempre vivranno senza neanche rendersene conto rapporti interessati e opportunisti, e saranno per sempre tormentati, fuori sincrono rispetto alle altre persone che hanno intorno".

Già. Questo l'avevo visto anche io. Per questo ci ho provato tanto. Ma no, non si può salvare dal proprio medesimo tormento chi se la vive così. Anche se lo vedi soffrire. Perché per venirne fuori bisogna superare con energia e coraggio le proprie paure più profonde, accettando che il salto nel buio si rischi di rivelare un salto nel vuoto. E quanti di noi sono in grado di fare una cosa del genere?
"Tutti abbiamo bisogno di cure. Di essere protetti. Di essere amati..." - e io ripenso alle parole di Emma Goldman, a quando diceva che il primo diritto per cui una donna doveva combattere era quello di amare ed essere amata - "Ma quando vuoi un uomo al tuo fianco, prendine uno che non sia al centro dell'attenzione. Uno cui il potere non interessi proprio. Uno che non ti dia neanche per un istante, neanche per una parola, il sospetto che in lui ci sia il tarlo del potere come desiderio, necessità o istinto. Uno che abbia riflettuto e superato tutto questo perché disgustato quando lo vedeva in altri uomini, o uno che non l'abbia neanche mai preso in considerazione. Uno che quindi è coraggioso, e felice di starti a fianco per quanto possa essere impegnativo, o prevedere che faccia altri ruoli che nella nostra società non sono da maschi, o sono visto come propri dei 'deboli'. Quello è l'uomo da amare. Anche se sono rarissimi, sono quelli gli uomini che - tra gli uomini - libereranno anche gli altri dando l'esempio, e staranno in relazioni felici con noi donne che li apprezziamo, rispettiamo e amiamo proprio perché sono così lontani da quell'ossessione nefanda per il potere che caratterizza la maggioranza di loro. Mio marito è così e io lo amo, lo amo profondamente come non amerei e non vorrei nessun altro!".

Et voilà: mesi di malesseri e somatizzazioni mi cominciano a venire curati dalle parole accorate e affettuose di una prostituta in una notte afosa di Barcellona, tra vino, ventagli costantemente agitati, urla e sonore risate, labbra tumide di rossetti carnosi, seni abbondanti fasciati in vestiti aderenti.
E mentre io sto lì a rimettere insieme i pezzi della mia anima con il collante della complicità delle donne buone - dichiarate, oneste prostitute - lei si prende qualche secondo, ordina un altro bicchiere di vino bianco, e con gli occhi lucidi e un'espressione tra l'amarezza e la rabbia conclude: "El poder... ¡Que se joda!".

giovedì 9 luglio 2015

Collaborazioni sperimentali

Tra i vari panel presenti nel 1° convegno AIBR in Madrid, i due dedicati alle “Collaborazioni sperimentali” che hanno visto come promotori Adolfo Estalella e Tomás Sánchez-Criado si pongono l'obiettivo di confrontare tentativi di ricerca al di là dell'osservazione partecipante, verificando e discutendo casi concreti di ricerca che prevedono la dimensione collaborativa antropologo-soggetti e l'intersezione tra diverse metodologie, tecniche e punti di vista nel contesto di campo e in quello interpretativo.
Tentativi, ipotesi, sperimentazioni appunto, perché una standardizzazione teorico-metodologica relativa di fatto non esiste (ancora) e il mirare a questa – ammesso che si possa arrivare ad elaborarne una – è di fatto uno degli obiettivi di un lungo processo che i promotori dei due panel hanno iniziato da alcuni anni nei più vari contesti, da quelli accademici (dove pratiche e saperi sembrano sempre più ripiegati su se stessi) a quelli extra-accademici (dall'ambito dell'attivismo a quello dell'intervento istituzionale urbano a quello ancora della strada stessa e dei suoi protagonisti).

La modalità etnografica tradizionale prevede il ricorso ad appunti scritti, fotografie, registrazioni audio e nei casi più audaci riprese video/cinematografiche, per poi restituire le proprie interpretazioni – soggettive, verticali, monoprospettiche – in testi, dove immagini e suoni sono, se previsti, di mero appoggio alla comunicazione verbale scritta in forma di saggio.
Eppure, come una volta affermò Bernardo Bernardi, già lo “scrivere un'etnografia è un'arte” – ovvero sia un lavoro artistico sia una pratica che presuppone una competenza tecnica specifica: dal nel lavoro di raccolta-produzione dei dati, in quello della loro interpretazione, in quello ancora dell'espressione di quest'ultima, l'intero processo etnografico prevede l'assemblaggio di diversi dispositivi (Estalella), dove la collaborazione con il contesto e i soggetti cambiano e contestualizzano altresì gli strumenti cui si ricorre di volta in volta.
La stessa identità del ricercatore sappiamo perfettamente essere la prima prospettiva attraverso la quale viene prodotta conoscenza – i famosi “dati” – relativa dell'altro. Ma se la storia recente dell'antropologia ha spesso sottolineato e incoraggiato l'uso autoriflessivo di tal consapevolezza da parte del ricercatore, molto raramente questi ha usato quella medesima consapevolezza come punto di partenza per sperimentare tentativi concreti di potenziale produzione creativa e inedita di sapere.

La frequenza nell'impedirselo da parte dell'etnografo può essere motivata da diversi fattori. In primis, seguendo la logica kiss (keep it simple, stupid) potrebbe trattarsi di pura incapacità concreta di muoversi oltre il rassicurante prestabilito della disciplina. Atteggiamento che ha di riflesso la rassicurante bambagia del venire confermati nella propria autorevolezza da parte del contesto accademico stesso, che pone limiti al riconoscimento del valore del lavoro quando praticato con metodologie non ortodosse per non dire che proprio le boicotta.
Il problema della sperimentazione oltre le pratiche abituali della disciplina – che invero si portano dietro nefandezze etiche e cantonate interpretative non da ridere in tutta la storia dell'antropologia – è infatti proprio questo: quello del riconoscimento del valore dei dati prodotti e delle interpretazioni elaborate in assenza di standard valutativi riconosciuti e condivisi. Per cui è paradossalmente preferibile che il ricercatore si trovi solo a dover affrontare i dilemmi, le incongruenze, le vere e proprie crisi dell'attività etnografica con l'eventuale effetto collaterale dell'insensatezza e dell'erroneità delle proprie interpretazioni piuttosto che abbracciare realmente una benefica autoriflessione che potrebbe mettere nuovamente in crisi l'antropologia accademica facendone vacillare i protagonisti che hanno tenuto banco sinora, ma magari essere foriera di una rivoluzione e una rinascita della disciplina (che invero qualcosa di utile da dire sulla società e sul mondo contemporaneo ce l'avrebbe anche...).

Come dice Ricardo Antón, del gruppo ColaBoraBora, “Sono un esperto dello 'stare tra' – tra antropologia, arte e attivismo – e questo dà libertà, certo, ma priva di riconoscimento”. Eppure la mole e la qualità dei dati raccolti e prodotti, il tempo dedicato al lavoro, l'attenzione a dettagli infinitesimali, l'autoriflessività costante, la conversazione piuttosto che l'intervista, la produzione del sapere in collaborazione sottoponendo ad autocritica la (propria) medesima dimensione autoriale, dovrebbero già tutte essere variabili a sostegno del valore di pratiche che non temono l'immergersi nella complessità, nella cura, nella maniacale attenzione al dettaglio e nella messa in gioco di sé rispetto alla già ardua pratica etnografica 'tradizionale'.
Con tanto dell'annoverare sullo stesso piano e a fianco alla ricerca anche la dimensione etica e politica del proprio agire, come ben spiegano sia il video autodescrittivo del gruppo ColaBoraBora, sia TedTalk di Antón.






Una ricchezza – quella di queste sperimentazioni – dovuta al continuo attraversamento di limiti/confini e a modalità complesse di relazione e partecipazione al reale e ai suoi protagonisti, dalla quale si corre sempre il rischio di venire fagocitati nella cacofonia di ruoli interpretati dal ricercatore e di fili che sfuggono dalle sue mani.
Vertigine provata da Tomás Sánchez-Criado che s'è ritrovato involontariamente a svolgere la propria ricerca etnografica sulle pratiche autogestite di soluzione delle barriere architettoniche a partire in realtà da un comitato di cittadini che organizzavano la festa del quartiere di Gracia di Barcellona, e di lì a montare un progetto dove da testimone del lavoro di questi cittadini ha poi promosso collaborativamente bandi di progettazione nell'ambito del design, feste e iniziative relative, confronti verbali e – nel momento in cui non riusciva più a tenere il controllo e la gestione del tutto – la realizzazione di un webdoc (quindi un prodotto a sua volta nuovamente collaborativo) che ha sintetizzato la caleidoscopica mole di dati in un prodotto fruibile aperto all'/sull'infinita collaborazione/rielaborazione (come è proprio dei webdoc).
Tutti i materiali prodotti nel contesto di “En torno A La Silla”, così come la documentazione in progress relativa, sono visibili nell'omonimo blog. Qui un reportage televisivo sul progetto:



Tra le altre presentazioni curiose, menziono il “Relatograma” di Carla Boserman, la quale insiste sull'importanza di costruire una dimensione di 'ascolto della situazione' da parte del ricercatore che in real time descrive e interpreta, nel suo caso attraverso sorte di tavolte di immagini e parole a mo' di fumetto.
Qui si tratta, di nuovo, di una 'ricercatrice sul limite', nel senso di un professionista (di frequente a questo giro ne abbiamo visti dal mondo dell'arte) che giunge da altre discipline per poi lavorare sulla realtà con il proprio sguardo e dandone la propria interpretazione+restituzione.

E qui devo ammettere di provare quache perplessità: rispetto – e in collaborazione – a questi colleghi, la mia sensazione è che di lavoro da fare ne abbiamo parecchio – tra tutti, intendo – per arrivare a una qualche plausibilità e utilità delle nostre interpretazioni/produzioni: se infatti queste altre discipline, prospettive, metodologie, tecniche possono esserci di ispirazione come antropologi tanto nelle intuizioni quanto nelle percezioni di informazioni che altrimenti potremmo perdere – abituati dalla nostra pratica esclusivamente all'ascolto/osservazione mentre partecipiamo in qualche misura delle vite dei nostri soggetti – così come pure nella restituzione delle nostre interpretazioni, e se non possiamo pensare di continuare a essere degli "amatori" noi stessi nel momento in cui prendiamo in mano strumenti che non siamo abituati a usare euristicamente o produttivamente (dal nostro stesso corpo nella pratica teatrale, a un pennello o a una videocamera nella mano) pratimenti gli altri nostri colleghi-professionisti dei loro rispettivi campi disciplinari continuano a darmi l'impressione di una profonda superficialità nell'affrontare l'indagine del reale, liberandosi serenamente con una scrollata di spalle della chirurgica critica mossa loro all'epoca da Hal Foster.

Perché come noi siamo dei dilettanti nell'uso di qualsiasi strumento al di là della parola scritta, pure qui dall'altra parte emerge di tutto: dal narcisismo o anche solo dalla difesa della propria distinzione da parte dei nostri colleghi professionisti (così come pure noi d'altronde ne pecchiamo: la dinamica orizzontalità/condivisione-distinzione/riconoscimento attanaglia tutti come dilemma etico, politico e professionale!) wannabe antropologi con due mesi (quando va bene) di lavoro di campo approssimativo e casuale sulle spalle, all'attitudine buonista con cui li vediamo improvvisarsi mediatori annullando la propria medesima soggettività, persuasi della bontà e dell'utilità del proprio progetto-tra-diversi-soggetti-umani.

La sensazione finale è che vi siano due strade potenzialmente percorribili: o si impara tutti a fare tutto bene – ovvero si diventa competenti, mettendoci tempo, impegno, studio, esercizio, dei diversi ambiti disciplinari in modo tale da superare i limiti nelle pratiche del proprio – oppure si impara a dialogare reciprocamente limitandoci a 'ispirarci' l'un l'altro ma mantenendo ciascuno la propria identità professionale, e arrestandoci sul limite di ciò che non sappiamo fare.
Eppure, mi attraversa infine la mente un ultimo interrogativo che potrebbe rappresentare una terza via: mettere in comune tutto il sapere e tutte le pratiche – ovvero rendere veramente tutti i soggetti che insistono in un contesto competenti nella propria e nell'altrui analisi/interpretazione/espressione con qualsiasi mezzo/metodologia/tecnica, ovvero pratica, disponibile – non potrebbe rappresentare il superamento di tanti dilemmi non solo relativi alla qualità delle interpretazioni ma anche alla dimensione etica e politica che (ci piaccia o meno) soggiace a qualsiasi attività propria degli umana-in-relazione?
Considerare questa via metterebbe altresì in discussione questioni quali competenza, professionilità, lavoro, denaro, mercato - e anche qui bisogna vedere quanto c'è da perdere e quanto da guadagnarci. Quanto ci vogliono perdere e quanto ci vogliono guadagnare coloro che stanno dentro. E in che cosa pensano consista la perdita e in cosa il guadagno. Chissà...

Staremo a vedere. E ad ascoltare. Ché probabilmente di cose ne sono già state fatte, ma sono sempre state nascoste negli interstizi tra le discipline e con un piede dentro e uno fuori dell'accademia hanno occupato spazi di libertà, ma difficilmente visibili e udibili dai 'centri del sapere', come è frequente per chi abita la marginalità...

mercoledì 22 aprile 2015

Le Bord des Mondes at Palais de Tokyo, Paris (France)

"Can one make works of art which are not ‘of art’?". The exhibition Le Bord des Mondes – taking place from 18th February to May 17th at Palais de Tokyo in Paris – opens with Marcel Duchamp's question, to which it attempts to give answers through the staging of the production and/or reflections of sui generis artists (from time to time visionaries, tinkerers, poets) whose work originates from different disciplinary fields and/or different perspectives of investigation then giving outputs indeed potential-rich and poetic.

Bridget Polk, "Balancing Rocks"

Bridget Polk, "Balancing Rocks"
The American Bridget Polk, whose work opens the exhibition, sits waiting for parts of his sculptures to collapse and need to be rearranged: the “Balancing Rocks” – a result of the three stages of meditation, performance and production in which she articulates the production process – are in fact impossible compositions of cement bricks, porous stones smoothed by the wind and rounded stones shaped by the water of the rivers, precariously balanced one on top of the other by means of very small reciprocal unstable footholds and unlikely distribution of volumes.
Meeting point of natural world with cultural one, they symbolically demonstrate that in life you can try to organize chaos, but the balance achieved will always be ephemeral, as subjected not only to our own, but also to other elements of the context.

A little further on, the series of photographic prints related to “Topography of Tears” by Rose-Lynn Fisher shows the artist's research on the structure of tears in relation to emotional states for which they were cried, and leads to another room where there's the projection, on three screens, of a documentary video on 'bird language' spoken by the inhabitants of Kusköy, in Turkey. The language was invented in ancient times and passed down from generation to generation as the geographical location of the territory prevented the intelligibility of human language over long distances.

An attempt at human language translation into another language is also that of Laurent Dérobert, economist, who invented the “existential mathematics”, namely the transposition in mathematical formulas of feelings and sensations that affect humans.
In this way, he invents and designs equations that summarise human relationships, breakpoints and points of potential restructuring, so that the individual can find ways to reduce the distance that separates his reality from that of his ideal. For this same reason, Dérobert's work is expressed in the exhibition also at a performative level, with daily listening of confidences and their translation into formulas.

Theo Jansen, "Animaris Umerus"




Theo Jansen finds his strange creatures since 20 years on the beach of Scheveningen in the Netherlands. With a life on its own, according to him, these intricate shapes beings – consistent with the principles of evolution and genetics – consist of insulating tubes and bamboo, and walk on sand moved by the windblown, towering as quiet.
When Jansen meets them, if injured, he nurses them; if dead or dismembered, he collects and classifies them according to scientific classification in biology, so that on this occasion we can see a specimen of “Animaris Umerus”, and on the walls a collection of fossils and anatomical parts of these creatures.

Carlos Espinosa, "Atrapaniebla"



Capturing the clouds is the purpose of “Atrapanieblas” of the Chilean engineer Carlos Espinosa, who in 1960 had developed this revolutionary technique to capture moisture in desert areas, thus allowing the survival of human beings, plants and animal life in arid regions lacking rain.
From that moment, he made a gift of his invention wherever they were needed, but by 1963 UNESCO has acquired the rights and it has produced itself the atrapanieblas to give them for free wherever needed.






Jerry Gretzinger is instead an elderly American who, from that same year – 1963 – draws a map of an imaginary world of 240m² consisting of 3000 squared sheets. The imaginary world is that of an Ukraina that has nothing to do with the reality of this State, but that is just an excuse to draw and paint, by any means, houses, power plants, trains, hospitals, plains, rivers, bridges, borders.
Began to fill the empty moments in a tedious job, this practice became daily through the game that the artist plays with himself: fishing randomly, every day, a card from a deck where he has marked the operation to be done, in the time left free from caring to the farm where he lives with his family.

Jerry Gretzinger's Map.

Jean Katambayi, "Simultium"
Jean Katambayi is a Congolese passionate scholar of the 'energy' both in terms of spiritual as physical forces ruling the planet. Born as a scholar in electronics, mathematics and computer science, he is dedicated to creating installations using poor materials such as cardboards as a base to accommodate electrical circuits and devices of all kinds. In this way the result of his work consists, on one hand, in an attempt to capture the energy of the surrounding world, on the other in to draw symbolically the attention to the situation of  their own Country – as the continent where this belongs. Here, in fact, if conceived in relation to energy variable the situation shows a paradoxical imbalance in terms of resource flows-exploitation – imbalance that perfectly exemplifies the post-colonial geopolitical contradictions of modernity.

A reality that also fits into the post-colonial discourse moving it to the current culturally syncretic axis is the S.A.P.E. phenomenon that affects several African regions, but has its 'capital' in Brazzaville (Congo), where this movement began to develop in the 60ies.
This "elegant men's society" celebrates an African-way dandyism in the name of beauty and elegance, where the God is the garment whom pray asking him to forgive all those who do not know how to dress and all those who do not distinguish the colours.

The exhibition, yet rich with contributions from robotics to arachnology, to aeronautics, gastronomy, culminates in a circular room whose walls exhibit photographs, drawings and monitors showing jobs, discoveries, and inventions of those forerunners at the intersection between different disciplinary fields, whose outcomes already responded to Duchamp's opening question.

In the real itself, natural and pre-cultural, there is a beauty which scientists are exposed on a daily basis, or may, from time to time, discover with their research, as well as in the works or in the inventions of human beings structures are created in which balances, compositions and rhythms can resonate in the soul of the spectators. This way, the provoke emotion, cause upheaval, attraction, repulsion, involvement – or move their senses, first goal of a practice that would define itself as 'art'.
Le Bord des Mondes is then this: not a border, but a porous frontier – a space between the fields of human thought, feeling, discovering and inventing that causes "aesthetic emotion".

sabato 18 aprile 2015

Sensazioni en passant sullo scattarsi selfie e metterli in rete





Alcuni giorni orsono ho visto, in una grande catena di negozi d'abbigliamento, una maglietta (che sembrava un sacco della spazzatura di colore rosa, a onor del vero) sulla quale era stampata la scritta #selfie. Poco interessata al tema, sorridevo del fatto che la scritta su quella maglietta - che avrebbe voluto in qualche modo celebrare l'unicità del sé attraverso la propria auto messa-in-scena in uno scatto - veniva preceduta da un hashtag (e quindi rimandava alla circolazione in un contesto di massa in cui il singolo finisce nel calderone dell'indistinto di tutti quelli che fanno precedere il medesimo termine dallo stesso segno), così come del fatto che la T-shirt era in sé una produzione seriale venduta in una catena d'abbigliamento parimenti seriale.

Di qui cominciai a pensare alle informazioni in merito che mi erano passate sotto gli occhi in questi ultimi tempi: le immagini che tutti i giorni vedo dei miei amici o conoscenti su facebook, quelle riportate dai quotidiani, articoli che discutono del ragazzo che tenta il suicidio perché non riesce a realizzare il 'selfie perfetto' (ma esiste qualcosa che possa definirsi 'perfetto' a prescindere? Ché per me è sempre un 'perfetto secondo chi?'), del software che sulla base di criteri standard potrebbe fornire indicazioni su quanta popolarità un'immagine di sé scattata al cellulare e poi diffusa in rete riesca a ottenere e altri ancora che analizzano il rapporto tra selfie e messa in scena dell'identità (come "L’identità tra rete e “realtà”: I used to be Pamela" di Massimo Airoldi).
Quest'ultimo mi fornisce la premessa per buttare giù qualcosa, senza alcuna pretesa di elaborare affermazioni incontrovertibili (oltretutto sulla base di una mia assoluta incompetenza e ignoranza sull'argomento) né con l'intenzione di voler approfondire il discorso.
Si prendano per ciò che sono: appunti di sensazioni.

Massimo Airoldi scrive che "dagli anni ’50 ad oggi il numero dei palcoscenici sociali a disposizione è cresciuto in maniera esponenziale, in particolare per i membri delle classi privilegiate del mondo" cui si accompagna il fatto che "oggi le nostre sfaccettature identitarie non si contano più. Si tratta di un processo di espansione che, nella vivida descrizione di Joshua Meyrowitz, inizia con il diffondersi dei media elettronici tradizionali (televisione in primis), che avrebbero contribuito all’indebolimento delle storiche identificazioni religiose, di genere, di classe e alla creazione di nuove identificazioni, fluide e de-localizzate. La nuova mediatizzazione digitale ha ulteriormente accelerato il medesimo fenomeno, incrementando sia il repertorio di parti che possiamo recitare, sia il numero delle situazioni adatte per la messa in scena".

Come antropologi siamo usi al fatto che, quando parliamo di identità, questa - anche quando individuale - non è mai uguale a se stessa, perché cambia nel tempo (non siamo più ciò che eravamo 10 anni orsono) e nello spazio (ovvero cambia di istante in istante in base all'esposizione all'alterità): al contrario di ciò che il termine sottintende, essa non è mai uguale a se stessa, bensì è 'fluida' (prima caratteristica). Inoltre essa è composita (seconda caratteristica), perché sintesi dell'accorpare in un unico sé 'scarti differenziali', ovvero scelte - rispetto al panorama delle possibili opzioni disponibili - che escludono altri elementi che non vengono scelti. Questi elementi non scelti potrebbero però venir scelti da altri per la definizione della propria identità, pertanto (e infine) l'identità è contrastiva (terza caratteristica), ovvero può venire conosciuta solo attraverso il confronto con l'alterità di cui ha bisogno per esprimere la propria differenza da quella e quindi la propria specificità.

Di contro a chi interpreta quindi la pratica dei selfie - così come altre modalità di messa in scena di sé meno visuali, ma parimenti dense quali gli status di facebook, per citarne uno noto - come strumento per cercare la condivisione e appartenenza, io la vedo inscritta nei processi di richiesta di 'distinzione', ovvero di riconoscimento identitario, e nelle dinamiche del rapporto tra identità reale e identità virtuale degli individui. Dove la prima è più 'reale' solo perché non trascende la corporeità (la fisicità e quindi la sensorialità) degli individui, ma dove ciascuno controlla (o non controlla) già come vuole mettersi in scena per venire così riconosciuto dagli altri (ovvero ottenere il riconoscimento della propria identità così come lui/lei si percepisce e/o desidera venire percepito/a).

Una macro differenza tra i due piani (al di là delle loro specificità e pensando unicamente ai soggetti in gioco) - per come la percepisco io - sta forse nell'ampiezza e nelle caratteristiche del circuito in cui avviene la propria messa in scena identitaria, lo scarto rispetto all'alterità e l'eventuale richiesta di riconoscimento della propria identità come 'differenziata' da parte dell'altro: dove in pratica prima ci si scattava immagini come testimonianza di momenti privati per sé, per i propri famigliari o per i propri amici concreti e a questi si riportavano tali scatti per ottenere, per contemporanea appartenenza e distinzione, il riconoscimento di sé e della propria identità (quindi in un ambiente relazionale costruito nel tempo, magari anche in modo impegnativo, con comunque una presenza fisica fatta di infiniti elementi e di maggiore ricchezza, sviluppo e consolidamento della fiducia e quindi del valore da assegnarsi all'interpretazione dell'evento e dell'identità rappresentati), ora tale richiesta di riconoscimento della propria distinzione avviene con l'apparente condivisione immediata con un pubblico più esteso, che spesso fugge al di là della nostra esperienza concreta (torna la solita domanda: quali sono i nostri amici su facebook? Con quali/quanti abbiamo costruito nel tempo una relazione reale tanto che le loro parole abbiano realmente un senso per l'identificazione e il riconoscimento della nostra identità? Di chi e di quanti ci possiamo 'fidare' del giudizio?).
Ovvero la richiesta di riconoscimento va in territori che non sono una nostra 'comunità' concreta di riferimento - persone interessate a stare in relazione intensa con noi. Passano a fianco, sono sbadate, sono disinteressate, guardano di sfuggita, mettono un like o lanciano un commento estemporaneo di approvazione/disapprovazione.

Chi mette online i propri selfies, tra le varie ragioni (tra le quali magari un'attitudine esibizionista, una certa intenzionalità politica, sociale, ecc., e via dicendo), secondo me cerca anche questo riconoscimento di sé come singolo, unico, differenziato da infinite altre identità, così come farebbe con chi ha vicino a sé. Il problema è che il funzionamento delle microcomunità della relazioni faccia-a-faccia è molto diverso da quello del comunità virtuali che annoverano anche individui con i quali magari non ci incontreremo mai di persona perché dall'altra parte del pianeta. Quindi l'operazione di differenziarsi da questi per ottenere il riconoscimento del proprio sé è quanto meno rischiosa, quando non fuorviante. Perché le regole del gioco sono diverse: innanzi tutto 'contestualità densa' nel primo caso che crea un contrasto nel qui-e-ora i cui esiti saranno condizionanti per il domani del sistema relazionale di contro a una 'contestualità labile' nel secondo, dove già non è detto che gli interlocutori si conoscano più di tanto, intrattengano tra loro un qualche rapporto di fiducia reciproco, e infine siano interessati ad agire nell'interesse di questo riconiscimento dell'identità da parte di chi la mette in scena, senza oltretutto averne dimenticato l'esistenza già il giorno dopo.

Ha un qualche valore un eventuale riconoscimento del genere? Chiaramente no. Eppure viene cercato lo stesso. Perché?
Appadurai, Hannerz e Bauman possono orientarci nel tentare di dare una risposta: quella dell'assenza di comunità e della fragilità dei legami che nella contemporaneità ci tengono uniti gli uni agli altri, per cui cerchiamo altrove le conferme delle quali abbiamo bisogno per dire a noi stessi che esistiamo, siamo esseri umani concreti, e ciascuno di noi è in qualche modo unico e distinto dagli altri.
Ma abbiamo bisogno che siano gli altri a farci da specchio, e a riconoscerci tale valore, altrimenti - da soli - siamo come l'albero che cade nella foresta senza nessuno che l'oda: avrà fatto rumore nel cadere? Ovvero: sarà esistito veramente o no?
Ché oggigiorno, "se non sei su facebook con la fotina, non esisti".